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Articolo di Gianluigi Zucchini, tratto Da "Luoghi
dell'Infinito" N.21 anno III (nuova serie)
© "Luoghi dell'Infinito - Avvenire Nuova Editoriale
Italiana SpA"
UNA BIBBIA DI PIETRA
Modena - I nove secoli del Duomo
La cattedrale fondata in onore di San Geminiano è
un capolavoro corale dell'architettura e della scultura
romanica, ma anche un simbolo civico la cui costruzione
durò solo pochi anni.
Al medioevo, tra diversi e significativi eventi, dobbiamo
le grandi cattedrali, cuore sociale e religioso delle
città, casa di Dio e dell'uomo. Sorgevano in tempi
di durissimi scontri, di oscure stagioni, ma anche di
rilevanti conquiste intellettuali, spirituali, artistiche,
quando le lotte tra diverse componenti della società,
l'insicurezza perenne dei confini e le precarietà
del vivere quotidiano venivamo attenuate da un diffuso
sentimento di forse di speranza nel soprannaturale, che
si calava poi nella vita di ogni giorno, ne definiva le
strategie, ne rafforzava gli impegni.
La cattedrale diventava spesso centro di una storia da
vivere giorno per giorno, la concretizzazione di un'identità
urbana, il segno dell'autonomia di una città o
di un territorio. Così come in altre città,
accadeva anche a Modena, dove il 9 giugno 1099 veniva
posta la prima pietra di quel mirabile monumento che è
il duomo, consacrato nel 1106 e poi solennemente da Papa
Lucio III nel 1184.
Si lavorò dunque in fretta, con accanimento, per
realizzare un'opera architettonica e artistica che ha
compiuto novecento anni dalla fondazione nel 1999, una
data che la città ha solennizzato con diverse manifestazioni
che si sono prolungate anche nel corso dell'anno giubilare.
Modena, la romana Mutina, era stata una città importante
al tempo dell'impero, poi - più volte travolta
da invasioni barbariche - veniva pressoché abbandonata.
Nel 387 il vescovo Ambrogio di Milano la annoverava nel
triste elenco di "cadaveri di città semidiroccate"
(semirutarum urbi cadavera).
Le poche rovine rimaste erano state col tempo invase dai
boschi e dalle acque tracimate dai numerosi torrenti del
territorio, non più curati né tantomeno
controllati. Pioppi, querce, ontani e altri alberi di
alto fusto avevano ricoperto gran parte della pianura
emiliana, dopo i forzati abbandoni di quelle terre accuratamente
coltivate dagli ex-legionari che le avevano avute in regalo
da Roma per essere appunto dissodate e lavorate. L'intrico
dei canneti e del sottobosco rendeva spesso impossibile
e per di più molto temibile qualsiasi anche breve
allontanamento dai pochi villaggi sorti qua e là
dopo i rovinosi passaggi di invasori provenienti da varie
parti d'Europa.
Quasi sempre, il centro unico di riferimento intorno a
cui si stringevano i terrorizzati abitanti di quei territori
era il vescovo. E questo legame contribuiva anche a rafforzare
l'impegno coraggioso e durissimo con cui le varie popolazioni
emiliane cominciavano a ricostruire o a rafforzare i loro
insediamenti abitativi, difendendoli dall'invasione di
altre più brutali e crudeli popolazioni barbariche,
come gli Unni che assediarono Modena nel 450-51 e che
non riuscirono peraltro a conquistarla, per la protezione
e l'intervento miracoloso attribuito a San Geminiano,
che era stato vescovo della città nel IV secolo.
Questa unità tra vescovo e cittadini continuò
e si rafforzò nel tempo. All'inizio dell'anno Mille,
dopo il superamento del diffuso terrore per temute catastrofi
che poi non ci furono, la vita era notevolmente mutata,
e dal piccolo nucleo fortificato della residua urbs romana
la città di Modena via via si ricostruì
e si espanse.
Sorsero nuovi ceti sociali legati alla varietà
dei mestieri, mentre intorno al vescovo si aggregavano
le prime forme di organizzazione urbana, che saranno destinate
a consolidarsi sempre più, anche come garanzia
di difesa contro le potenti famiglie feudali, come quella
dei Canosssa, le cui fortune cominceranno a declinare
nel XII secolo mentre aumenta il potere del vescovo, specialmente
dopo la morte di Matilde e il conseguente sfaldamento
del regno.
Cresce perciò l'importanza della cattedrale come
fulcro dell'organizzazione dell'intero territorio, ed
è in questo clima che viene progettato il nuovo
duomo, a costruire il quale vengono chiamati due artisti
rinomati nel mondo di allora: Lanfranco e Wiligelmo.
Il primo, probabilmente comasco, ideò e diresse
la costruzione dove nel 1106 furono traslate le reliquie
di Geminiano, patrono della città, con una solenne
cerimonia alla quale assistette anche la "gran contessa",
cioè Matilde di Canossa, che aveva partecipato
all'impresa insieme alle varie componenti della realtà
politica, sociale e religiosa del tempo, cioè il
vescovo, i nobili (milites) e la borghesia (cives). Un
evento che resta fissato nel racconto stilato in un documento
coevo di grande importanza, cioè la Relatio de
innovatione Ecclesiae sancti Geminiani Mutinensis praesulis
("Relazione intorno all'inaugurazione della chiesa
di san Geminiano vescovo di Modena"). A dimostrazione
del legame esistente tra il potere religioso e civile,
il documento, che è di carattere religioso, è
preceduto da una descriptio introduttiva della città
emiliana, allargandosi così a tutto l'orizzonte
cittadino.
Il nuovo duomo concepito da Lanfranco è più
allungato del vecchio esistente a quel tempo, con tre
navate invece di cinque. All'interno egli applicò
una sobria bicromia bianco-rosso, mentre all'esterno realizzò
un insieme caratterizzato dal candore dei materiali. Furono
utilizzati pietre e marmi di spoglio, anche ricavati dalle
residue rovine romane, creando così, una specie
di collegamento tra antico e moderno: cioè fra
la tecnica del laterizio praticata ampiamente in età
romana e quella della pietra, più propria del periodo
medioevale.
A ricordo dell'architetto che seppe costruire questo insigne
capolavoro, fu posta all'esterno del Duomo, in corrispondenza
dell'abside centrale, un'epigrafe che, tradotta dal latino,
esalta appunto l'opera del "dotto e capace"
Lanfranco: «Di bei marmi scolpiti risplende da ogni
parte questo Duomo, / dove il corpo di San Geminiano riposa.
/ Il mondo intero lo celebra pieno di lode / e più
noi suoi ministri, che egli guida, nutre e riveste. /
Chi qui domanda una vera medicina per il corpo e per l'anima
/ l'ottiene subito e di qui torna, recuperata la salute.
/ Lanfranco, illustre per impegno, dotto e capace è
il protomaestro e il direttore dell'edificio. / Quando
si cominciò a costruire lo dice questa iscrizione:
/ Splendeva allora il quinto giorno delle idi di marzo
(9 giugno) / dell'anno del Signore novantanove dopo il
mille / Aimone compose questi versi utili a ricordare
l'evento. / Bozzalino, massaro di San Geminiano, fece
fare quest'opera».
L'altro grande artista chiamato a lavorare al Duomo fu,
come si è detto, Wiligelmo, scultore italiano attivo
a Modena dal 1100 al 1110. Di grandissimo rilievo soprattutto
le quattro grandi lastre che si trovano sopra i portali
laterali e a fianco di quello centrale, che riguardano
le vicende di Adamo ed Eva e la scena del peccato originale;
nel secondo i progenitori vengono cacciati dal paradiso
terrestre; nel terzo si narra l'episodio di Caino che
uccide Abele; nell'ultimo, Caino che viene ucciso da Lamech.
Infine, viene ancora rappresentata l'arca di Noè,
e Noè stesso con i figli che escono dall'arca dopo
la fine del diluvio. Sono rilievi di impressionante forza
espressiva, che mettono in evidenza un "racconto
di cose", come lo definiva Francesco Arcangeli in
un mirabile saggio introduttivo alla mostra "Natura
ed espressione nell'arte bolognese - emiliana" (Bologna,
1970) e soprattutto "un rovesciamento radicale di
quello ch'era stato il mistico trascendentalismo bizantino"
dal momento che l'Eterno è insieme agli uomini,
vive con loro. E' un'indagine sulla vita umana, dalle
sue forme più violente a quelle più alte
e fortemente contrassegnate da una potente spinta esistenziale,
che Wiligelmo ha saputo tracciare con la naturalità
propria di chi coglie la vita nei suoi aspetti di materia
e di spirito insieme: la fatica del lavoro, per esempio,
presente nei mestieri dei campi rappresentati nel secondo
bassorilievo, e invece la gioia del ritrovarsi, dell'esserci
ancora, che caratterizza i volti del figli di Noè
usciti dall'Arca dopo il grande terrore della catastrofe
universale.
Wiligelmo poi lavorò anche a diversi capitelli,
che un'indagine accurata delle pareti del Duomo può
via via rivelare. Infine, il monumento è arricchito
ancora, negli stipiti esterni, da tralci abitati, che
alludono alla " selva oscura" di cui pure scrisse
Dante, riferimento all'inestricabilità del peccato
in cui si dibatte l'uomo ma anche alla realtà della
foresta medioevale, che popolava gran parte del territorio
soprattutto padano, e nella quale l'immaginario medioevale
poneva animali e figure fantastiche e allegoriche, scolpite
anche su queste parti della cattedrale, e che i Bestiari
dell'epoca, tra cui il testo del " Physiologus",
riportavano con termini di questo tipo: «Draghi,
vipere, amfisebene, manticore, leoni, grifoni, aquile,
mostri marini, basilischi, cinocefali, falchi, gru ed
altri uccelli riempiono gli spazi tra le foglie, si misurano
con l'uomo, lo aggrediscono, ne vengono soggiogati».
Tra terrificanti presenze e cupe paure, si cala invece
con vigore robusto l'arte potente di Wiligelmo, che annulla
le angosce immaginarie nella descrizione di un'umanità
dolente e affaticata, la quale porta in sé la pena
sofferta del vivere ma anche la scoperta, si potrebbe
dire del tutto moderna, di una propria fisicità,
di un trovarsi di fronte alla realtà cominciando
ad affrontarla, con la forza paziente della ragione, per
scoprire le nostre profonde radici umane, sorrette dall'Eterno
presente e vivo in noi e con noi.
Anche di questo grande scultore resta un'iscrizione, che
si può notare in facciata a sinistra del protiro
e a livello dell'arco del portale. Essa è l'unica
documentazione che abbiamo di lui e del suo lavoro. E'
scritta ovviamente in latino, retta dai profeti Enoc ed
Elia, e recita così: «Mentre il cancro supera
trionfale il corso dei gemelli / nel tempo del mese di
giugno, il quinto giorno prima delle idi (9 Giugno) l'anno
dell'Incarnazione di Dio mille e cento meno uno / fu fondato
questo Duomo del grande Geminiano. / Quanto tra gli scultori
tu sia degno di onore, / è chiaro ora, o Wiligelmo,
per le tue opere scolpite». Un segno, dopo novecento
anni di tramando di vita e di vicende spesso cruente,
che l'arte può e sa realizzare - consegnandocela
attraverso le epoche - l'idea forte di una radice remota
ma perennemente viva, il deposito di un'identità
collettiva che scavalca i marosi del tempo.
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