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Una Bibbia di pietra

UNA BIBBIA DI PIETRA
Modena – I nove secoli del Duomo

La cattedrale fondata in onore di San Geminiano è un capolavoro corale dell’architettura e della scultura romanica, ma anche un simbolo civico la cui costruzione durò solo pochi anni.
Al medioevo, tra diversi e significativi eventi, dobbiamo le grandi cattedrali, cuore sociale e religioso delle città, casa di Dio e dell’uomo. Sorgevano in tempi di durissimi scontri, di oscure stagioni, ma anche di rilevanti conquiste intellettuali, spirituali, artistiche, quando le lotte tra diverse componenti della società, l’insicurezza perenne dei confini e le precarietà del vivere quotidiano venivamo attenuate da un diffuso sentimento di forse di speranza nel soprannaturale, che si calava poi nella vita di ogni giorno, ne definiva le strategie, ne rafforzava gli impegni.

La cattedrale diventava spesso centro di una storia da vivere giorno per giorno, la concretizzazione di un’identità urbana, il segno dell’autonomia di una città o di un territorio. Così come in altre città, accadeva anche a Modena, dove il 9 giugno 1099 veniva posta la prima pietra di quel mirabile monumento che è il duomo, consacrato nel 1106 e poi solennemente da Papa Lucio III nel 1184.
Si lavorò dunque in fretta, con accanimento, per realizzare un’opera architettonica e artistica che ha compiuto novecento anni dalla fondazione nel 1999, una data che la città ha solennizzato con diverse manifestazioni che si sono prolungate anche nel corso dell’anno giubilare.
Modena, la romana Mutina, era stata una città importante al tempo dell’impero, poi – più volte travolta da invasioni barbariche – veniva pressoché abbandonata. Nel 387 il vescovo Ambrogio di Milano la annoverava nel triste elenco di “cadaveri di città semidiroccate” (semirutarum urbi cadavera).
Le poche rovine rimaste erano state col tempo invase dai boschi e dalle acque tracimate dai numerosi torrenti del territorio, non più curati né tantomeno controllati. Pioppi, querce, ontani e altri alberi di alto fusto avevano ricoperto gran parte della pianura emiliana, dopo i forzati abbandoni di quelle terre accuratamente coltivate dagli ex-legionari che le avevano avute in regalo da Roma per essere appunto dissodate e lavorate. L’intrico dei canneti e del sottobosco rendeva spesso impossibile e per di più molto temibile qualsiasi anche breve allontanamento dai pochi villaggi sorti qua e là dopo i rovinosi passaggi di invasori provenienti da varie parti d’Europa.
Quasi sempre, il centro unico di riferimento intorno a cui si stringevano i terrorizzati abitanti di quei territori era il vescovo. E questo legame contribuiva anche a rafforzare l’impegno coraggioso e durissimo con cui le varie popolazioni emiliane cominciavano a ricostruire o a rafforzare i loro insediamenti abitativi, difendendoli dall’invasione di altre più brutali e crudeli popolazioni barbariche, come gli Unni che assediarono Modena nel 450-51 e che non riuscirono peraltro a conquistarla, per la protezione e l’intervento miracoloso attribuito a San Geminiano, che era stato vescovo della città nel IV secolo. Questa unità tra vescovo e cittadini continuò e si rafforzò nel tempo. All’inizio dell’anno Mille, dopo il superamento del diffuso terrore per temute catastrofi che poi non ci furono, la vita era notevolmente mutata, e dal piccolo nucleo fortificato della residua urbs romana la città di Modena via via si ricostruì e si espanse.
Sorsero nuovi ceti sociali legati alla varietà dei mestieri, mentre intorno al vescovo si aggregavano le prime forme di organizzazione urbana, che saranno destinate a consolidarsi sempre più, anche come garanzia di difesa contro le potenti famiglie feudali, come quella dei Canosssa, le cui fortune cominceranno a declinare nel XII secolo mentre aumenta il potere del vescovo, specialmente dopo la morte di Matilde e il conseguente sfaldamento del regno.
Cresce perciò l’importanza della cattedrale come fulcro dell’organizzazione dell’intero territorio, ed è in questo clima che viene progettato il nuovo duomo, a costruire il quale vengono chiamati due artisti rinomati nel mondo di allora: Lanfranco e Wiligelmo.

Il primo, probabilmente comasco, ideò e diresse la costruzione dove nel 1106 furono traslate le reliquie di Geminiano, patrono della città, con una solenne cerimonia alla quale assistette anche la “gran contessa”, cioè Matilde di Canossa, che aveva partecipato all’impresa insieme alle varie componenti della realtà politica, sociale e religiosa del tempo, cioè il vescovo, i nobili (milites) e la borghesia (cives). Un evento che resta fissato nel racconto stilato in un documento coevo di grande importanza, cioè la Relatio de innovatione Ecclesiae sancti Geminiani Mutinensis praesulis (“Relazione intorno all’inaugurazione della chiesa di san Geminiano vescovo di Modena”). A dimostrazione del legame esistente tra il potere religioso e civile, il documento, che è di carattere religioso, è preceduto da una descriptio introduttiva della città emiliana, allargandosi così a tutto l’orizzonte cittadino.
Il nuovo duomo concepito da Lanfranco è più allungato del vecchio esistente a quel tempo, con tre navate invece di cinque. All’interno egli applicò una sobria bicromia bianco-rosso, mentre all’esterno realizzò un insieme caratterizzato dal candore dei materiali. Furono utilizzati pietre e marmi di spoglio, anche ricavati dalle residue rovine romane, creando così, una specie di collegamento tra antico e moderno: cioè fra la tecnica del laterizio praticata ampiamente in età romana e quella della pietra, più propria del periodo medioevale.
A ricordo dell’architetto che seppe costruire questo insigne capolavoro, fu posta all’esterno del Duomo, in corrispondenza dell’abside centrale, un’epigrafe che, tradotta dal latino, esalta appunto l’opera del “dotto e capace” Lanfranco: «Di bei marmi scolpiti risplende da ogni parte questo Duomo, / dove il corpo di San Geminiano riposa. / Il mondo intero lo celebra pieno di lode / e più noi suoi ministri, che egli guida, nutre e riveste. / Chi qui domanda una vera medicina per il corpo e per l’anima / l’ottiene subito e di qui torna, recuperata la salute. / Lanfranco, illustre per impegno, dotto e capace è il protomaestro e il direttore dell’edificio. / Quando si cominciò a costruire lo dice questa iscrizione: / Splendeva allora il quinto giorno delle idi di marzo (9 giugno) / dell’anno del Signore novantanove dopo il mille / Aimone compose questi versi utili a ricordare l’evento. / Bozzalino, massaro di San Geminiano, fece fare quest’opera».
L’altro grande artista chiamato a lavorare al Duomo fu, come si è detto, Wiligelmo, scultore italiano attivo a Modena dal 1100 al 1110. Di grandissimo rilievo soprattutto le quattro grandi lastre che si trovano sopra i portali laterali e a fianco di quello centrale, che riguardano le vicende di Adamo ed Eva e la scena del peccato originale; nel secondo i progenitori vengono cacciati dal paradiso terrestre; nel terzo si narra l’episodio di Caino che uccide Abele; nell’ultimo, Caino che viene ucciso da Lamech. Infine, viene ancora rappresentata l’arca di Noè, e Noè stesso con i figli che escono dall’arca dopo la fine del diluvio. Sono rilievi di impressionante forza espressiva, che mettono in evidenza un “racconto di cose”, come lo definiva Francesco Arcangeli in un mirabile saggio introduttivo alla mostra “Natura ed espressione nell’arte bolognese – emiliana” (Bologna, 1970) e soprattutto “un rovesciamento radicale di quello ch’era stato il mistico trascendentalismo bizantino” dal momento che l’Eterno è insieme agli uomini, vive con loro. E’ un’indagine sulla vita umana, dalle sue forme più violente a quelle più alte e fortemente contrassegnate da una potente spinta esistenziale, che Wiligelmo ha saputo tracciare con la naturalità propria di chi coglie la vita nei suoi aspetti di materia e di spirito insieme: la fatica del lavoro, per esempio, presente nei mestieri dei campi rappresentati nel secondo bassorilievo, e invece la gioia del ritrovarsi, dell’esserci ancora, che caratterizza i volti del figli di Noè usciti dall’Arca dopo il grande terrore della catastrofe universale.
Wiligelmo poi lavorò anche a diversi capitelli, che un’indagine accurata delle pareti del Duomo può via via rivelare. Infine, il monumento è arricchito ancora, negli stipiti esterni, da tralci abitati, che alludono alla ” selva oscura” di cui pure scrisse Dante, riferimento all’inestricabilità del peccato in cui si dibatte l’uomo ma anche alla realtà della foresta medioevale, che popolava gran parte del territorio soprattutto padano, e nella quale l’immaginario medioevale poneva animali e figure fantastiche e allegoriche, scolpite anche su queste parti della cattedrale, e che i Bestiari dell’epoca, tra cui il testo del ” Physiologus”, riportavano con termini di questo tipo: «Draghi, vipere, amfisebene, manticore, leoni, grifoni, aquile, mostri marini, basilischi, cinocefali, falchi, gru ed altri uccelli riempiono gli spazi tra le foglie, si misurano con l’uomo, lo aggrediscono, ne vengono soggiogati».
Tra terrificanti presenze e cupe paure, si cala invece con vigore robusto l’arte potente di Wiligelmo, che annulla le angosce immaginarie nella descrizione di un’umanità dolente e affaticata, la quale porta in sé la pena sofferta del vivere ma anche la scoperta, si potrebbe dire del tutto moderna, di una propria fisicità, di un trovarsi di fronte alla realtà cominciando ad affrontarla, con la forza paziente della ragione, per scoprire le nostre profonde radici umane, sorrette dall’Eterno presente e vivo in noi e con noi.
Anche di questo grande scultore resta un’iscrizione, che si può notare in facciata a sinistra del protiro e a livello dell’arco del portale. Essa è l’unica documentazione che abbiamo di lui e del suo lavoro. E’ scritta ovviamente in latino, retta dai profeti Enoc ed Elia, e recita così: «Mentre il cancro supera trionfale il corso dei gemelli / nel tempo del mese di giugno, il quinto giorno prima delle idi (9 Giugno) l’anno dell’Incarnazione di Dio mille e cento meno uno / fu fondato questo Duomo del grande Geminiano. / Quanto tra gli scultori tu sia degno di onore, / è chiaro ora, o Wiligelmo, per le tue opere scolpite». Un segno, dopo novecento anni di tramando di vita e di vicende spesso cruente, che l’arte può e sa realizzare – consegnandocela attraverso le epoche – l’idea forte di una radice remota ma perennemente viva, il deposito di un’identità collettiva che scavalca i marosi del tempo.

Orari di apertura

Il Duomo è aperto: - dal martedì alla domenica dalle 7.00 alle 19.00 (orario continuato). - il lunedì dalle 7.00 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 19.00. - il 31 gennaio, Solennità di S. Geminiano, orario continuato 7.00-19.00. Le visite non sono consentite durante le celebrazioni. Invitiamo pertanto i turisti ad organizzare la propria visita tenendo presente le necessità della comunità in preghiera. In particolare non sono consentite visite di gruppo la mattina di domenica e dei giorni festivi. Per comodità, riportiamo di seguito gli orari da preferire per le visite di gruppo. - Dal martedì al sabato non festivi: 10.30-17.00 - Lunedì non festivi: 10.30-12.00 | 15.30-17.00 - Giorni festivi: 13.30-16.30 Si chiede la cortesia di spegnere i cellulari durante la permanenza in Cattedrale, o in alternativa, di utilizzare gli appositi sistemi di silenziamento. I Musei del Duomo sono aperti dal martedì alla domenica e durante i festivi. Dal 1 aprile al 30 settembre: 9.30-12.30 e 15.30-18.30; dal 1 ottobre al 31 marzo: 9.30-12.30 e 15.00-18.00. Chiusura settimanale: lunedì. Chiusi la domenica di Pasqua, il giorno di Natale e il 1° gennaio.

Orari delle S. Messe

Riportiamo di seguito gli orari delle S. Messe celebrate in Cattedrale: - Giorni feriali: 8 - 9 - 10 - 18 - Giorni festivi: 8.30 - 9.45 (in latino e canto gregoriano) - 11 (parrocchiale) - 12.15 - 18 Nei mesi di Luglio e Agosto la S. Messa festiva delle ore 12.15 è sospesa; la celebrazione festiva delle ore 9.45 è in lingua italiana. Durante gli orari di apertura della Cattedrale è solitamente presente almeno un confessore. Le visite non sono consentite durante le celebrazioni. In particolare non sono consentite visite di gruppo la mattina di domenica e dei giorni festivi. Invitiamo pertanto i turisti ad organizzare la propria visita tenendo presente le necessità della comunità in preghiera. Si chiede la cortesia di spegnere i cellulari durante la permanenza in Cattedrale, o in alternativa, di utilizzare gli appositi sistemi di silenziamento.